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La cannabis in medicina del futuro passerà dalla ricerca scientifica che, dopo anni di buio, sta riprendendo in questi anni a macinare analisi sulle potenzialità farmacologiche di questa pianta. La chiave per il futuro è quella di capire a fondo come le diverse sostanze che compongono la cannabis, oltre 600 tra cannabinoidi, terpeni, flavonoidi, alcoli ed altre interagiscano tra loro e quali effetti possano avere sull’uomo; ecco perché è più che mai importante il lavoro dei ricercatori che oggi studiano proprio la composizione delle sostanze presenti nella cannabis, per capire al meglio come il loro bilanciamento influisca sulle potenzialità terapeutiche nelle diverse patologie.
Ne abbiamo parlato con la dottoressa Cinzia Citti, che sta seguendo un corso di post-dottorato presso il Dipartimento di Scienze della vita all’Università di Modena e Reggio Emilia e collabora facendo ricerca sulla cannabis e sull’estrazione di principi attivi dalla canapa industriale per Linnea e Crystal Hemp. La prima è un’azienda svizzera che da anni si dedica alla creazione di fitofarmaci derivati dalle piante, la seconda, sempre con sede nel Paese elvetico, è un’azienda che si occupa dell’estrazione di cannabinoidi.

Di che cosa si occupa nella sua ricerca riguardo alla cannabis?
Io mi occupo essenzialmente di analisi farmaceutica, il che significa che tramite analisi strumentali andiamo ad analizzare il profilo chimico di un qualsiasi campione, in questo caso appunto la cannabis. Noi siamo interessati a capire cosa c’è all’interno della pianta e in particolare nella parte apicale, che è quella più ricca di cannabionoidi che sono questi composti dalle straordinarie proprietà farmacologiche. Ovviamente non soltanto i cannabinoidi, anche se sono il componente più importante ma anche flavonoidi, terpeni e quindi sostanze con attività antiossidante ed antinfiammatoria. Il mio lavoro è l’analisi strumentale e quindi definire un profilo chimico della pianta per capire cosa c’è dentro.

Anche perché dalla composizione della pianta dipendono poi gli effetti terapeutici…
Esattamente e le sostanze che la compongono sono assolutamente variabili: da una pianta all’altra è possibile avere una diversa composizione chimica anche per la stessa varietà o la stessa geolocalizzazione della piantagione.

Lei è dell’idea che per un utilizzo medico si dovrà arrivare a standardizzare varietà e prodotti destinati a patologie determinate?
Assolutamente sì: il problema fondamentale della cannabis medicinale che è oggi in commercio, è il fatto che viene standardizzata essenzialmente per i principali cannabinoidi come il CBD o il THC, tuttavia non viene standardizzata per i cannabinoidi minori come possono essere il CBC (cannabicromene) o il CBG (cannabigerolo), ma ne esistono più di 100 ad oggi identificati. Il problema è che anche se presenti in concentrazioni minori, partecipano insieme a terpeni e fenoli a quel famoso effetto entourage della pianta che concorre a dare l’effetto farmacologico finale, per cui non è irrilevante analizzare anche il loro profilo chimico.

Cosa pensa della situazione italiana sulla ricerca?
Ci sono dei ricercatori veramente in gamba che stanno facendo dei grandi passi in avanti, però noi, come il resto del mondo, siamo molto indietro perché abbiamo un buco nella ricerca scientifica di oltre 30 anni. Per metterci al passo con quello che sta succedendo nella commercializzazione della cannabis medicinale siamo molto indietro. Stiamo un po’ arrancando rispetto a quello che fanno le aziende che commercializzano prodotti di cui a volte non si capisce bene la composizione chimica. Secondo me, in Italia, così come nel resto del mondo e soprattutto in America, sarebbe auspicabile una maggiore flessibilità da parte delle autorità che danno le autorizzazioni allo studio ed alla ricerca della cannabis medicinale, che è ancora un ambito ristretto.

Tra poco parteciperà al CannaTech, di che cosa parlerà?
Io parlerò di una parte della nostra ricerca scientifica che è stata effettuata in collaborazione con il professoe Michele Zoli del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze, e la dottoressa Manuela Licata del Dipartimento di Medicina Diagnostica, Clinica e della Sanità Pubblica dell’Università di Modena e Reggio Emilia con cui abbiamo condotto degli esperimenti su ratti ai quali abbiamo somministrato del CBD per via orale per studiare la sua possibile conversione in THC nello stomaco. Si era creato questo grande scompiglio nel mondo della ricerca scientifica sulla cannabis dopo che era stato proposto che il CBD si potesse convertire in THC nello stomaco una volta assunto per via orale. Per verificare l’abbiamo somministrato in vivo nei ratti e siamo andati a studiare sia il sangue dei ratti sia il loro tessuto cerebrale ed abbiamo verificato che il CBD non si converte in THC. Altro obiettivo è stato quello di studiare tutto il profilo chimico del tessuto cerebrale dopo la somministrazione del CBD, compresi i suoi possibili metaboliti. Abbiamo analizzato quali fossero i cambiamenti a livello di sostanze chimiche nel cervello, per capire la funzione del CBD. Abbiamo visto che non solo la concentrazione di molte sostanze endogene varia, ma sono anche presenti dei metaboliti del CBD ad oggi sconosciuti, di cui non si conosce l’attività biologica.

Cosa si aspetta dal futuro della ricerca in Italia?
Spero che si facciano grandi passi avanti nella conoscenza della chimica farmaceutica della cannabis e spero vivamente che ci sia una sinergia di lavoro tra chimici, farmacologi e medici. E poi che si possa proseguire con trial clinici per verificare l’impiego clinico in patologie specifiche che oggigiorno si basano solo su dati osservazionali. Sicuramente, ci vuole tanto impegno e sinergia tra le varie branchie della scienza.

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